Datemi come amici e vicini esseri umani selvatici, non addomesticati

Parole scritte un po’ di tempo fa per *queste* fotografie.

E per il lato selvatico.

E per il Coyote.

LATO SELVATICO

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Alessandro Ciccarelli]

La parola natura deriva da natus, nascere, e urus, e significa forza che genera.

La parola selvatico deriva da selva, che ha la stessa radice di sole, e vuol dire ardere.

La parola wilderness deriva dall’inglese antico wildeornes, dove deor è l’animale della foresta, e significa, in senso lato, un luogo di pericolo e difficoltà in cui tutto dipende dalla capacità di sopravvivenza.

Tuttavia.

Se volessimo tornare all’etimologia reale di queste parole, dovremmo fare molta più strada e fatica, uscire dalla città, raggiungere uno spazio di natura abbastanza esteso – a volte è necessaria molta molta strada – e trascorrervi una quantità significativa di tempo.

In silenzio. Possibilmente camminando.

Il primo senso a riattivarsi, a essere stupito, sarebbe l’olfatto: la terra umida, l’ambra balsamica delle resine, il muschio calpestato.

Poi, per non inciampare, torneremmo a far caso a dove mettiamo i piedi, e a toccare con le mani le cose intorno, ruvide, collose, scivolose: un pavimento levigato in fondo è solo una forzatura a cui siamo troppo abituati. (In partenza qualcuno ha tracciato per noi un percorso – a volte potremmo dire un solco – senza ostacoli.)

I benefici legati alla vista e all’udito potrebbero riguardare una capacità ritrovata di guardare e ascoltare.

Al crepuscolo, potrebbe sopraffarci un senso primordiale di smarrimento misto a eccitazione.

Nel buio pesto, tutti i sensi si riunirebbero in assemblea, innescando meccanismi sopiti.

Un sistema arcaico in cui ogni elemento, vivente e non, è in armonia con l’altro, in poco tempo finirebbe per sostituirsi al ridicolo ordine di idee imposto dalla cosiddetta civiltà.

Datemi come amici e vicini esseri umani selvatici, non addomesticati. Henry David Thoreau

Guardando il lavoro di Alessandro, ciò che salta agli occhi è proprio il pacato tentativo di rappresentare una etimologia emotiva del (proprio) lato selvatico. Sono le immagini di un istinto, la traccia di una esplorazione e delle risultanti sensazioni.

Tutti frame di un ecosistema mentale e fisico da ricomporre, a partire dagli elementi fondanti, rievocati da una rappresentazione umana: è sulla pellicola e nei suoi colori che ritroviamo l’idea di acqua, aria, terra e fuoco, non invece nella realtà ritratta, proprio perché questa non è più immediatamente accessibile.

Dal verde smeraldo e totale dei tronchi puntati verso il cielo e del cielo, al bianco sporco delle fitte nebbie, dal rosso di quando naturale e umano entrano in relazione ai marroncini di un sottobosco, i colori diventano complici del fotografo e contribuiscono a un’operazione archeologica dei propri istinti: non si sa né a quale tempo né a quale spazio appartengano la pellicola fotografica, i colori e le intenzioni. È solo possibile riconoscere il senso intuìto della propria selvatichezza, tratto da una natura che interroga, che istiga al dubbio, la cui forza è rintracciabile proprio nelle nebbie e nelle evanescenze.

È un’operazione anche ecologica: mondarsi di tutti i residui artificiali.

Talvolta può capitare che l’immagine si apra e abbracci pacificata tutto il circostante: qualche dubbio è sciolto, ma dura solo un attimo.

Queste sono le fotografie di uno spazio eluso, lo spazio del selvatico.

Potremmo scorgere sentieri suggeriti come possibili per una riconnessione, ma a guardare bene, nessuno dei sentieri è davvero consigliato. Tronchi caduti, spezzati o tagliati, scorci inaccessibili, e un vago senso di mistero, sono la prova che il percorso è travagliato. Non può essere indicato, ma soltanto intrapreso, in una maniera molto intima, ed evocato, in una maniera molto personale.

Spesso mi lasciano ritornare a un prato/ Come fosse proprietà accordata dalla mente/ Che impone certi limiti al caos. Robert Duncan

Il mondo occidentale dà alla parola selvatico un’accezione oscura e negativa, la rifiuta.

Selvaticità è invece un ritorno all’armonia primitiva che è il nervo più resistente.

Dopotutto siamo orfani dell’ecosistema che ci ha creati, di un luogo in cui tutti gli elementi sono partecipi di un’interezza (chi potrebbe dire di essersi davvero adattato alla vita civile?).

Vivere, scrivere, rievocare questo luogo è come parlare di un’interezza da cui l’essere umano ha deciso di tirarsi fuori. Una distanza materiale dalle nostre origini, dunque, che è difficilmente colmabile.

Ma c’è dell’altro.

Il lato selvatico, quello interiore, comprende, a dosi variabili, caos, eros, tutti i tabù e un senso di ignoto, è il regno del demoniaco e dell’estatico insieme, della potenza archetipica, dove hanno origine i motori della consapevolezza e del cambiamento, elementi di una potenza incontenibile.

In fondo potremmo percorrere pavimenti levigati per ancora molto tempo e nascondere sotto i tappeti tutto questo. Tornare selvatici è una pratica interiore, tutto sommato sconveniente di questi tempi.

Indagarla è un rischio che non molti hanno voglia di correre.

Mi piacerebbe poter dire/ Il Coyote sarà per sempre/ Dentro di voi./ Ma non è vero.

Gary Snyder

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7 risposte a “Datemi come amici e vicini esseri umani selvatici, non addomesticati

  1. Sto guardando le fotografie, e le trovo davvero interessanti. Come le tue parole, Giusiana: danno voglia di mettere in atto sane e catartiche pratiche interiori e allo stesso tempo fanno sentire a casa, tanto i passi che suggerisci somigliano a certi pensieri “accidentati” che corrono in testa, ogni tanto.

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